Confraternita Del SS. Nome Di Dio E Crocifisso

I primi domenicani vennero a Campagna a predicare il Vangelo nella primavera dei 1259 ed avendo ricevuto una generosa ospitalità da parte degli abitanti dei vari casali che costituivano Campagna, chiesero ed ottennero dal castellano dell’epoca, Ercole Del Balzo, di poter vivere a Campagna in miseri pagliai tra elemosine, aspre penitenze ed evangelizzazione del popolo nel quartiere Pagliara, a ridosso dei casali allora abitati. Essi non avevano nulla, erano poverissimi, ma tanto ricchi di viva fede e di fervida e dolce speranza in Dio. Mentre ciò avveniva a Campagna, un eremita di Eboli, di nome Giorgio Iorio, si ritirò in un antro del monte Alburno per vivere nella preghiera e nella penitenza. Il santo eremita, per meglio meditare sulla passione di Gesù, sebbene non esperto di intaglio e sprovvisto di arnesi idonei a lavorare il legno, con l’aiuto di arnesi reperibili nella zona, abbozzò nel giugno 1236 una rozza testa di Gesù morto, con un’espressione di dolore ineffabile e di arcana maestosità, tanto realistica che ancora oggi sbigottisce quanti la osservano, poichè a guardarla l’animo dì chiunque rimane turbato ed intenerito per il suo sguardo, in cui si nota l’umanità sofferente ed oppressa. Davanti a quella testa grossolana l’eremita pregò con fervore.

 

Presso il popolo, vi sono diverse tradizioni sull’origine del Crocifisso che si trova nella chiesa di San Bartolomeo. Queste sono riportate, in gran parte, nel testo di Nicolò de Nigris il quale scrive che un eremita da Eboli, di nome Giorgio Iorio, nel mese di giugno del 1236, si isola in una caverna del monte degli Alburni, per pregare e dedicarsi alla penitenza. Il santo eremita, per meglio meditare sulla passione di Gesù, scolpisce, anche se inesperto nell’arte scultorea, una rozza testa del Cristo morto e riesce a dare un’espressione di valore ineffabile e di divina maestosità; ancora oggi, infatti, si resta esterrefatti ed estasiati nel contemplare il suo sguardo sofferente.

La costante tradizione del popolo narra, invece, di un misterioso teschio, circondato di molte luci, trovato in una caverna dei monti circostanti Campagna, allorché i campagnesi sfuggiti alle saltuarie aggressioni dei Saraceni cercavano riparo appunto tra i monti. Si parla di un teschio perché il Volto è scolpito da somigliare ad una testa d’uomo, disseccata e con uno strato di pelle aderente alle ossa facciali, dolorante ed esangue. I lineamenti, nel profilo e frontalmente, non disdegnano di raffigurare la testa dolorante del Cristo morto, che sconvolge ed intenerisce contemporaneamente chi lo guarda. La testa, priva di capelli, è grossolana nella fattezza, principalmente nella parte posteriore, mentre la parte anteriore è più elaborata ed un neo (non è altro che un nodo di legno sotto il naso) dà un’espressione d’umanità.

Davanti a questa testa di “Jesu”, l’eremita, recitando fervide preci, chiede perdono per tutti i peccati ed implora grazie per l’intera umanità. Nel dicembre dello stesso anno, in seguito ad una delle visioni di Gesù Crocifisso, il vecchio eremita, a dorso di un mulo, porta la testa a Campagna per donarla all’eremita Muria, nativo di Quaglietta, che vive in una grotta del monte Fumaiolo, dietro la località di San Bartolomeo. La testa rimane lì per molto tempo e quando l’eremita si sente prossimo alla morte la consegna al domenicano fra’ Luca, che officia nella chiesetta di Santa Maria, in località Paglìara.

Durante il periodo del “brigantaggio” il 17 febbraio 1369 una masnada di sessantatré briganti di Postiglione viene a Campagna, attraversa i monti e si dirige verso la chiesetta di S. Maria, per impossessarsi della testa di Jesu di Giorgio Iorio, donata ai domenicani. Non trovandola, prendono il Crocifisso, scolpito dall’ebanista Campagnese Poro, e lo decapitano, portandosi la testa ad Eboli, nascondendola sotto il convento di S. Francesco.

I monaci prendono l’antico Crocifisso decapitato, lo adagiano in un posto visibile a tutti con la speranza che qualche artista locale riuscisse a ricostruire una testa simile a quella fatta dal Poro. Nessuno riuscì a rifarla, neppure i discepoli del maestro Poro, morto da decenni

Il Crocifisso rimane per molti anni deturpato e solo nell’anno 1387 essendo priore dei domenicani fra Luigi, prende la rozza testa, scolpita dall’eremita Iorio, e la depone sul Crocifisso decapitato. Fra lo stupore dei pochi presenti e di otto monaci, la testa si mantiene fissa sul corpo e subito si pensa ad un miracolo, perché, comunque la si cerchi di spostare, assume sempre la stessa posizione, presentando un affossamento, abbastanza accentuato, all’altezza dell’inizio del collo.

Questo è quello che le generazioni passate hanno tramandato. Una mirabile storia di pietà po­polare scritta dai campagnesi lungo l’arco di oltre nove secoli di profonda devozione verso il Cristo, venerato sotto il titolo di SS. Nome di Dio.

Il Crocifisso è di una rara e splendida bellezza. L’espressione del viso incute rispetto e tristezza ed emana qualcosa di mistico e misterioso e, quando si prega al suo cospetto, i dolori e le preoccupazioni sembrano scomparire.

Per far conoscere ed amare meglio Dio agli uomini e per servirlo meglio, fu costituita nel 1538, non solo per iniziativa del priore dei domenicani, ma anche per incoraggiamento del vescovo di Campagna Cherubino Caietano, domenicano, che fu «amantissimo della passione di N.S. G. Cristo, e meditatore della Morte», un’associazione di uomini dotti e religiosi, non a circolo chiuso e definito. Dopo pochissimo tempo per discordie interne circa le finalità e l’organizzazione dell’associazione ed i rapporti con i monaci, si sfasciò. Solo nel 1592, sotto la spinta e l’incoraggiamento di mons. Giulio Cesare Guarnieri, campagnese, fu costituita una nuova associazione; anche questa stava per sfasciarsi, se l’intelligenza e l’accortezza di mons. Guarnieri non l’avessero sostenuta e consigliata fino alla stipulazione dell’atto notarile. Mons. Guarnieri nel suo testamento dispose che dopo la sua morte i suoi due pregiati reliquari fossero dati alla confraternita del. SS. Nome di Dio. Dopo più di un anno e dopo aver superato molte difficoltà, tra cui quelle inerenti alle relazioni con i domenicani, restii in un primo tempo a cedere quel Crocifisso miracoloso, molti Campagnesi riuscirono a convincere i monaci, anche per la presenza di un inviato speciale di mons. Guarneri, a cedere il Crocifisso ed avere il permesso di costruire un cappellone con un altare consacrato al culto particolare di quel Crocifisso ed un oratorio per poter svolgere le funzioni proprie, avendo intenzione di costituire una confraternita.

Così il 1 giugno 1593 il notaio Lucio Perrotti, campagnese, si portò nel convento dei domenicani e fu stipulato l’atto notarile con cui furono elencati ed assegnati i beni che dovevano servire come patrimonio all’istituzione della confraternita del SS. Nome di Dio.

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